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Brutal Crush come Richard Benson: i dischi della settimana da NON comprare!

Barretta_dolce_richard_bensonPer chi non lo sapesse, quel vecchio marpione di Richard Benson, un eroe dei nostri tempi, ha creato da poco un sito internet (cliccate qui) dove si sbizzarrisce a sparare stronzate atomiche a destra ed a manca, pura poesia. Con questo articolo lo voglio un po’ ‘seguire’, proponendo la mia puntata dei dischi della settimana da NON comprare. Leggi il resto di questa voce

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The Match: SALTATIO MORTIS VS END OF GREEN

the_matchRicordo che ai tempi, tanti tanti tanti anni fa, quando mi adoperavo per recensire certi dischi, provavo quasi disgusto, non a caso venivo considerato uno dalla stroncatura facile. Con il senno del giorno dopo, l’unica scienza perfetta, mi pento e mi dolgo? Assolutamente no, se potessi farei anche di peggio, ma ho perso un po’ di smalto, lo so. Leggi il resto di questa voce

#8 Black Metal Underground: this is Armageddon!

black-metalLasciamo per un po’ da parte le foreste e le montagne innevate, le repentine tormente invernali e i grezzi vichinghi brandenti asce e spadoni, per proiettarci verso lo spazio sconosciuto, là dove in pochi hanno avuto il coraggio di arrivare (a parte il capitano Kirk e un manipolo di uomini dalle curiose divise colorate). Entriamo quindi nell’universo Darkspace che, da Berna, ci illustrano come sempre a modo loro l’inesplorato siderale. Leggi il resto di questa voce

Il grande progressive rock italiano: ORNITHOS – “La Transfigurazione” (AMS)

ORNITHOSOpera prima per una nuova realtà del rock progressivo italiano, loro si chiamano Ornithos, progetto parallelo al Bacio Della Medusa che vede in organico Eva Morelli, Diego Petrini e Federico Caprai, già componenti della band appena citata. L’album è un concept “narra il percorso esistenziale di un uomo che riesce a divenire un essere purificato in perfetto equilibrio con l’intero universo”, dalle note di copertina. Leggi il resto di questa voce

Una bella padellata di metallo? Si, ma con una goccia di Napalm, grazie!

Aldo mi comunica che il mio primo “compito” è stato inviato via mail, apro la cartella con un certo timore e mi ritrovo tre cd da ascoltare e raccontarvi. Due gruppi li conosco, ma il terzo no. Andiamo a vedere chi sono: clicco sul link e mi si palesa in formato jpg la copertina … Cazzo che cover! Un vascello pirata in balia delle onde: “Wow, un po’ di sano pirate metal in perfetto stile Running Wild, e so’ pure tedeschi!”. Leggi il resto di questa voce

#5 Black Metal Underground: il sottobosco del dolore e della paura

Oggi si ritorna a parlare di oscurità. Mi sono arrivati ben tre bei promo da parte dell’Aldo che non vedo l’ora di recensire. Da quale inizio? Mi sento come un bambino con una scatola di cioccolatini. Beh, partiamo dai Lustre ed il loro “They Awoke The Scent Of Spring”. Io questi già li conoscevo, ma non è che li abbia mai seguiti chissà quanto. Ebbi giusto un assiduo ascolto del loro primo EP, “Serenity”, poi tabula rasa. Nell’anno della fine tornano tra noi con la colonna sonora perfetta per chi è stanco del caldo e ha una gran voglia di gelarsi il sangue. Parte l’ascolto. Leggi il resto di questa voce

#2 Black Metal Underground: le nuove maledizioni!

Dopo l’ottima accoglienza verso il debutto di questa rubrica tutta dedicata al nero metallo, era giusto che ci facessimo in quattro per preparare in breve il seguito di un appuntamento che sappiamo essere già entrato nella top list delle vostre preferenze. Leggi il resto di questa voce

SOL INVICTUS – Tony Wakeford, il dandy inglese dai Crisis a “The Cruellest Month”

Pochi giorni fa mi ha telefonato il grande capo e mi ha detto: “so che di metal capisci meno di un cazzo, però mi confermi che stravedi per tutte quelle litanie strizza palle neofolk e proto-gotiche?”. La mia risposta è stata si, pur non considerando il neofolk ed il gothic delle litanie strizza palle. So bene che per molti di voi i Sol Invictus sembrano fuori contesto rispetto ad un nome come Brutal Crush, ma Aldo dice che non possiamo non approfondire certe uscite ed a me fa solo che piacere, tanto che ho avuto carta bianca per presentarvi in modo un po’ più approfondito la loro storia. Aprendo una brevissima parentesi, togliamoci subito una curiosità e sgombriamo il campo dalle fantasie più assurde; il Sol Invictus, Sole Invitto, era il nome che i romani usavano per tre divinità, El-Gabal, Mitra e Sol, ok? Perdonatemi, non volevo dare a nessuno dell’ignorante, ritenevo però giusto sottolienarlo visto che da anni, spesso e volentieri, sul significato del nome Sol Invictus ne sento di tutti i colori. Passiamo alla nostra storia. Tutto inizia tra la fine degli anni settanta ed i primi anni ottanta quando un giovane punk, Tony Wakeford, ragazzotto non troppo intonato e sgraziato, devoto agli eccessi e stanco della sua esperienza con i Crisis, molla tutto per cambiare totalmente pelle, anche se non ha le idee ben chiare sul cosa voglia realmente fare. Nel suo periodo di ricerca artistica incontrerà l’uomo che gli cambierà la vita, Douglas P., entrando a far parte dei Death In June, la band che ha realmente stravolto la vita del giovane Wakeford. Nel 1984, senza alcun tipo di frizione ed in accordo con Douglas, Tony lascia i Death In June per cimentarsi in un primo progetto solista a nome Above The Ruins, il risultato sarà un dischettino di scarso valore a metà strada tra il più comune post punk e qualche reminiscenza dei Death In June, sarà tutto troppo grezzo ed immaturo. Solo nel 1987 Wakeford incontrerà coloro i quali lo aiuteranno a fare emergere il suo genio, sto parlano di Ian Read e Karl Blake, i due compagni di avventure con cui darà vita ai Sol Invictus ed inciderà il capolavoro assoluto della band, l’ep “Against The Modern World”. Con questo disco i Sol Invictus proposero qualcosa che fino ad allora non era mai stato ascoltato, una specie di commistione tra un neofolk dalle movenze quasi barocche che si andava ad intrecciare con arrangiamenti elettronici ed orchestrazioni classiche. Capirete bene che nel 1987 certi crossover erano semplicemente avvenieristici. Aprendo una parentesi vi dico che tra ep, live, raccolte e split vari, la discografia dei Sol Invictus sarà qualcosa di veramente immenso, io stessa ancora sto cercando alcuni 7″ introvabili per concludere la mia collezione, per questo preferisco segnalarvi i successivi passi più significativi della storia discografica della band tralasciando ciò che non ha fatto la differenza. Nel 1995 Tony ed i Sol incisero quello che per la maggioranza dei fan è stato il secondo capolavoro assoluto, “In The Rain”. Più romantico e sognante del noto ep, ma allo stesso tempo più moderno e volendo anche cattivo. “In The Rain” ci regala alcuni dei momenti più alti ed evocativi della storia del folk apocalittico, si pensi a gemme come anche la sola “In Days To Come” dove Wakeford supera di gran lunga il maestro Douglas P. Non posso non citarvi anche il successivo discone, passatemi il termine, “The Blade”, album che non delude le aspettative del suo titolo e si presenta come una lama alle orecchie dell’ascoltatore. Il neofolk a tratti apocalittico racchiuso in perle come la title track, o la meravigliosa “The House Above The World”, creano nell’immaginifico di chi ascolta un paesaggio silente e drammatico, quasi ci trovassimo nel bel mezzo di uno spiazzale poco dopo l’esplosione di un ordigno nucleare, con la cenere radioattiva che cade dale celo a mo di neve ed uno strano odore di morte che ci avvolge ed accarezza. Leggi il resto di questa voce

KING OF ASGARD – “Fi’mbulvintr” (Metal Blade)

Il sottoscritto non ha mai sopportato le tarantelle nordiche, meglio conosciute dai più con il nome di folk. Ancora meno digerisco quelle melodie stupide fatte di poche note che ti vorrebbero riportare alla mente le festicciole orgiastiche vichinghe o le ritualità omosessuali pagane. I King Of Asgard sono però un’eccezione alla regola. Se da un lato questi ragazzi non si fanno mancare le caratteristiche sopra citate, dall’altro non mancano di una certa potenza dalle vaghe tinte thrash che sfocia nel black metal più curato. Se escludiamo un paio di brani che sono fin troppo folk, specialmente per un gusto un po’ trash delle melodie, il resto del disco scorre via giù dritto che è una bellezza, una vera mazzata! Sugli scudi le bellissime “Never Will You Know of Flesh Again”, “Wrath of the Gods” e “Strike of the Hammer”, questo senza nulla togliere ad un quadro generale che si assesta su standard eccellenti. Fondamentalmente non siamo di fronte a niente di nuovo o mai sentito ma, considerando che “Fi’mbulvintr” è arrivato a piacere a uno come me che è l’antitesi del metallino epico/fantasy/vichingo, un ascolto lo consiglio a tutti. Certo, non sono la colonna sonora ideale per chi ama stare sulla spiaggia a gustarsi sole, gnocche e mojito, ma c’é anche chi ama la montagna. Per il momento dalla spiaggia è tutto, io scappo che stanno per mettere “YMCA” e voglio mostrare a tutti le mie doti danzerecce in pieno Galeazzi style! (Aldo Luigi Mancusi)

NEGURA BUNGET – “Virstele Pamintului” (Aural Music/Code 666)

Negru è tornato dalle fredde foreste della sua Romania con un nuovo album della ‘nebbia nera’. Se a suo tempo rimasi colpito da quel capolavoro che portava il titolo di “OM”, oggi non posso che rimanere senza parole di fronte a questo nuovo platter che eguaglia, se non supera, i traguardi stilistici del suo predecessore, una cosa non facile. Sempre più lontani dagli stilemi black metal degli esordi, i Negura Bunget ci propongono un’opera maggiormente intrisa di soluzioni dark ambient/folk, un’opera che fa delle atmosfere a tinte horror e di un groove a dir poco decadente le sue fondamenta. Ovviamente alcuni vaghi richiami ad un certo ‘metallo nero’ non mancano per quanto, come ho poco sopra precisato, si tratta di rimandi estremamente vaghi. ”Tara De Dincolo De Negura”, “Arborele Lumii” e “Dacia Hiperboreana” gli apici di “Virstele Pamintului”, questo senza nulla togliere ad un disco che di per sé rasenta la perfezione. Amanti della notte, la ‘nebbia nera’ vi avvolgerà ancora una volta… (Aldo Luigi Mancusi)