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Gente malata per gente drogata: VAREGO – “Blindness Of The Sun” (Argonauta Rec.)

varego_2013Come da titolo, c’é gente malata che suona roba per gente drogata, intendendo tutti i fruitori di cannabis ed affini allucinogeni che ti regalano qualche ora di fumosa e lisergica rilassatezza. Chi ha certe sane abitudini, usa sovente accompagnare i suoi momenti alterati con una birra gelata ed una colonna sonora, preferibilmente roba lenta e lercia. Leggi il resto di questa voce

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BLACK WIDOW RECORDS: le nuove oscure profezie!

In passato abbiamo già dato spazi simili alle nuove produzioni della casa discografica genovese, una cosa che oggi siamo fieri di portare avanti e di cui anche in futuro non ci priveremo. Il perché? Tranquilli, non ci passano bustarelle sotto banco, semplicemente ribadisco quanto sempre affermato dalla notte dei tempi, sono l’unica realtà che in Italia, con coerenza e professionalità, porta ed ha portato avanti un discorso fatto di doom, dark, hard rock e progressive, tutti argomenti verso cui noi Iommi maniaci siamo molto sensibili. Leggi il resto di questa voce

Gente nata nel periodo sbagliato: WITCHCRAFT – “Legend” (Nuclear Blast)

Mentre penso alle folli notti che mi aspettano con la mi dicono bella Titti Angeramo, nostra collaboratrice che ho saputo vorrebbe divenire la mia fidanzata, ma che se gradisce colmerò solo di tanto sesso essendo ahimé sposato con prole, mi distraggo ascoltando in modo vizioso il nuovo “Legend” dei miei amati Witchcraft. Debutto su Nuclear Blast dopo anni passati in casa Rise Above, questo disco non cambia di una virgola quanto la band ha inciso fino al penultimo “The Alchemist”, parlo dell’immutata formula beat prog anni ’60, a tinte darkeggianti, vintage abbestia. Come ho detto in alcune occasioni conviviali, i Witchcraft sono una di quelle band che sarebbe dovuta nascere, crescere e morire in contemporanea con gente come Coven, High Tide, Bodkin, Quatermass e Black Widow, finanche i suoni e la produzione sono old fashioned, roba da non crederci. Leggi il resto di questa voce

This is doom fuckin’ metal: HOODED MENACE & SERPENTINE PATH

C’è un concerto oggi a mezzanotte giù al cimitero del paese, si esibiranno gli Hooded Menace felici di presentarci “Effigies of Evil”. Arrivato alla cripta sono solo, circondato da loculi vecchi di almeno un secolo mentre il gruppo sta eseguendo ancora il soundcheck. Il vento passa dal cancello facendo sbattere le catene ivi appese coprendo il suono di una fievole chitarra col suo lugubre rumore. Lasse Pyykkö ci saluta con il suo cavernoso growl che da inizio probabilmente al pezzo migliore del platter, “Vortex Macabre”. Leggi il resto di questa voce

SAHG – “III” (Indie Rec)

I Sahg, quanto ho amato il loro debutto, “I”, lo sappiamo solo io ed un altro mio fraterno amico doomster di vecchia data. Il problema è che questa band, dopo un debutto con i controfiocchi, un album stoner/doom di quelli che senti veramente una volta ogni 10 anni, bene dopo quel debutto si è letteralmente persa per strada riducendosi all’ombra di quel che fu. Se già sul secondo album avevano perso il mordente e molte idee sembravano gli scarti del debutto, con questo terzo e nuovo capitolo sono caduti nel ridicolo, lo dico con non poca tristezza, roba che neanche i Count Raven si sono mai messi a copiare così malamente i Black Sabbath, senza contare che il cantante fa proprio il verso ad Ozzy. Leggi il resto di questa voce

THE WISDOOM – “The Wisdoom” (Phonosphera Records)

Ti capitano quelle volte in cui incontri una grande band senza volerlo o saperlo. E’ stato così che un giorno mi chiama un caro amico e mi dice: “bella Aldo, ho una band da panico tra le mani, fanno doom e so che tu ci stai in fissa, se ti metto in contatto gli fai una recensione su Brutal Crush?”. Ovviamente capirete bene che ad un amico non posso dire di no, così ho accettato la richiesta senza battere ciglio e, tra mille imprevisti e peripezie, sono riuscito finalmente ad avere in mano l’ep di debutto dei The Wisdoom. Che vi devo dire? Uno spettacolo, non ci sono altri commenti. Questi ragazzi ci offrono la loro personale visione di come dovrebbe suonare oggi una band stoner/doom, ovvero un perfetto mix tra gli Electric Wizard più fumosi/seventhies ed un riff rama maledettamente sabbathiano, il tutto infarcito dal tipico slowly groove funerario che solo il doom sa e può offrire. Leggi il resto di questa voce

GHOST – “Opus Eponymous” (Rise Above)

A grande richiesta vi presentiamo la recensione del debutto dei Ghost. Da quando abbiamo citato questo disco nella playlist di Brutal Crush ci avete letteralmente sommerso di richieste su questa band, così siamo ben lieti di narrarvene il poco che si sa. “Opus Eponymous” è il debutto di questo misterioso combo svedese, misterioso perché non si conoscono né i nomi né i volti dei componenti. Leggenda vuole che Lee Dorrian li abbia scoperti grazie ad una cassetta (non un cd o un file mp3, ma una cara vecchia musicassetta) priva di mittente e recapitata nei suoi uffici della Rise Above. Ascoltato il nastro, Dorrian sembra non si sia fatto pregare ed abbia immediatamente messo sotto contratto questi ragazzi. Leggi il resto di questa voce

FURZE – “Reaper Subconscious Guide” (Agonia)

Poco tempo fa sono andato a vedere insieme al fedele Ciccio due concerti uno dietro l’altro. Il primo giorno siamo andati a vedere i Voivod che, come sempre, si sono dimostrati un act straordinario. Il secondo giorno, after 10 litres of beer, siamo andati a vedere i Cough, gli autori del meraviglioso “Ritual Abuse”, il disco che ha sostituito ipse dixit “Slunce v snovém kraji, rozplývání, echa…” del depressissimo Trist, un album che ne ha viste e fatte di tutti i colori, anzi no, solo di nero e grigio scuro. Vi accenno tutto questo, non solo per ricordarvi quanto il sottoscritto adori i Black Sabbath ed i loro derivati, ma anche per introdurvi nel mondo dei Furze, one man band norvegese che si diletta nel fondere il più freddo e classico black metal dei tempi andati con i ritmi, gli stilemi ed i riffs dei Black Sabbath dei primi due capolavori, una sorta di rivisitazione delle memorabili gesta di Tony Iommi. Il risultato? Leggi il resto di questa voce

Evil never dies: Pentagram – dai primi passi a “Last Rites”

Scrivere o fare riferimento al nome dei Pentagram è una dichiarazione di vero amore che si scrive Bobby Liebling e si pronuncia Black Sabbath. Se il genio di Tony Iommi ha partorito qualcosa di veramente imprescindibile, quello sono i Pentagram, la realtà che più di ogni altra ha personalizzato la sua devozione verso i quattro di Birmingham senza risultare la solita e sciatta fotocopia. Solo Cathedral, Saint Vitus, Electric Wizard e pochissimi altri sono riusciti nell’impresa. Hard blues, doom, sludge e stoner, quattro etichette che dicono solo un nome, lo urlano: Black Sabbath! I Pentagram, come dicevamo, sono i figli diretti del genio di Iommi, un genio a cui hanno rivolto ogni loro singola energia, ogni loro goccia di sudore, ogni loro intenzione. La loro storia, travagliata e piena di mistero, ne ha fatto un vero must per tutti gli amanti del proto-doom e del doom più cafoni, questo specialmente grazie alla figura controversa del leader, Bobby Liebling e grazie ad un suono sempre crudo, diretto e marcissimo. Non sono in pochi, specialmente all’estero, a considerare i Pentagram la prima forma di evoluzione del suono dei Black Sabbath verso i territori sludge e stoner, un’affermazione che condivido in parte poiché tutti sanno che lo stoner non è un genere, ma il riff di “Children Of The Grave” risuonato all’infinito. Tornando a noi, americani fino al midollo, i Pentagram sono nati nei primissimi anni settanta con il nome di Stone Bunny, indi quasi contemporanei dei Sabs. Curioso notare che adotteranno il nome attuale solo a pochi mesi dall’uscita del debutto. Inizialmete il loro suono era quasi un tributo alla scuola dei sixthies, specialmente per certi gusti negli arrangiamenti. Blue Cheer, Captain Beyond e Sir Lord Baltimore erano tra le loro maggiori influenze. In breve tempo l’ossessione di Bobby per l’occulto ed il suo amore spassionato per i primi due dischi dei Sabbath lo portarono a dipingere di nero pece il suono della sua creatura, una svolta che peró non volle prendere le distanze dalle influenze precedenti, anzi. Leggi il resto di questa voce