#8 Black Metal Underground: this is Armageddon!

black-metalLasciamo per un po’ da parte le foreste e le montagne innevate, le repentine tormente invernali e i grezzi vichinghi brandenti asce e spadoni, per proiettarci verso lo spazio sconosciuto, là dove in pochi hanno avuto il coraggio di arrivare (a parte il capitano Kirk e un manipolo di uomini dalle curiose divise colorate). Entriamo quindi nell’universo Darkspace che, da Berna, ci illustrano come sempre a modo loro l’inesplorato siderale. Attivi dal ’99 e con all’attivo un risicato numero di dischi, si ergono a paladini di un certo ambient-black-metal sul quale hanno apposto un caratteristico marchio di fabbrica e del quale sono gli incontrastati principi. Quella che abbiamo tra le mani è la rivisitazione del primo demo, un gran bel concentrato di sano black metal dalle sfumature vagamente ambient, niente di interstellare o di, passatemi il termine, “astronautico” come oggi. Qui si corre, si urla, ci si dispera e si suona una serie di riff devastanti. Il cantato è micidiale e le atmosfere glaciali. Black metal, nient’altro che questo. Per ovvie ragioni non raggiungono i livelli dell’incredibile “Dark Space III”( album del 2008), lavoro prezioso per gli amanti del genere, immancabile tra gli scaffali degli appassionati, ma è comunque un prodotto di spessore. “Dark Space -I”, mette l’accento su quanto prodotto in seguito dalla band. Per il momento continuo a scoprire ad ogni ascolto nuovi piccoli particolari, che rendono il cd accattivante, sorprendente, mai noioso. Una droga … Cibernetica? Fate voi. Allunghiamoci ora in Polonia. Sulle scene dal 2008 e con all’attivo un solo album autoprodotto, gli Echoes Of Yul, ci propongono un po’ di sano drone-post-doom-metal… Spero abbiate colto la sottile ironia. Purtroppo una recensione multipla come questa non mi permette di dilungarmi, perché ce ne sarebbero di parole da sciorinare per descrivere “Cold Ground”, un attrezzino rotondo e piatto che spero non girerà mai nei vostri lettori; quindi, per necessità di spazio di Brutal Crush, e tempo mio e vostro, sarò breve: sembrano i Soundgarden sotto Toradol. In particolare il terzo brano del cd è un omaggio rallentato che rasenta il plagio a “Jesus Christ Pose” (da me ribattezzata per l’occasione Jesus Christ Polsk) dei sopracitati grungettoni. Per fare un buon disco strumentale servono brani ben costruiti, suoni ottimi, idee originali, e una struttura globale del lavoro da lasciare il segno, mentre in questo “Cold Ground” non c’è assolutamente niente di tutto ciò. A tratti si intuiscono accenni dark, in altri momenti si sfocia nella wave più piaciona, non si lasciano scappare neanche campionamenti degni delle peggiori discoteche estive, il tutto, ovviamente, con una lentezza stordente, snervante. Più di un’ora di musica, ma per assemblare sta schifezza un nerd che capisca un po’ di programmini musicali ci metterebbe mezz’ora. Non tutto ciò che è alternativo è buono, non tutto ciò che è strano, o perlomeno prova ad essere tale, deve necessariamente raccogliere incoraggiamenti, resta il fatto che ogni buco è trincea, ma questa è un’altra storia. La Romania, terra di vampiri, castelli, cani randagi, bambini che vivono nelle fogne, ma anche patria di sapienti artigiani delle sette note nere che tanto piacciono al sottoscritto. Negura Bunget su tutti, Dordeduh, Hoyt e Fogland, per citare i più noti (e più facili da reperire), band che spaziano dal black al folk, con le radici ben salde nella terra di cui tanto vanno fieri (i Negura Bunget ve ne regalano addirittura una manciata se acquistate la limited del loro ultimo lavoro in studio “Virstele Pamintuli”). Poi un bel giorno arrivano i Laburinthos e la tua fede inizia a vacillare. Prendi un signorotto con la passione per i Genesis, ma estremamente stonato, mettici accanto un chitarrista con la passione per i Pink Floyd, ma con una tecnica da rabbrividire, piazzaci vicino una signorina (speriamo bona, o per lo meno dotata di un bel paio di tette da far ballonzolare on stage) che canta in stile Loreena McKennith, con risultati altalenanti (non la condanno del tutto, confido nelle tette) e altri musicisti a caso, ognuno dei quali suona al meglio delle proprie scarse possibilità uno strumento a caso. Poi mischia tutti questi ingredienti a cazzo. Ecco i Laburinthos. Presentati come nuova frontiera del folk teatrale romeno, come futura band di culto, ma in realtà non c’è niente di teatrale in questo “Agoeides”, salvo i primi minuti della quarta traccia “Jesus Or Christ”, sicuramente ispirata alle acrobazie musicali di Richard O’Brian ( Mr. Rocky Horror Picture Show, per intenderci), non c’è assolutamente niente di vagamente prog, niente di folk, niente di niente. Fermi tutti. Appena l’ho saputo ho rischiato il collasso. ” Qualcuno mi sorregga… Ecco, così… Sì, adagiatemi sul sofà, passatemi anche una birra già che ci siete, bene… Qualcuno mi faccia aria, aprite le finestre cazzo! Sono tornati i Manes! Che notizia”. Cambia il monicker e pare che questo sia un album da mea culpa, dopo lo straordinario esordio e dopo essersi persi nei meandri della sperimentazione fino a rasentare la rovina in digressioni terribilmente trip-hop, i cari norvegesi tornano alle origini e si fanno chiamare Manii. Ancora si lasciano affascinare da rumoracci e sinistri cigolii, accompagnati da inquietanti frasi recitate ad arte, a tratti sembrano fare il verso ai sopracitati Darkspace, ma sono i Manes in tutto e per tutto! Purtroppo agli occhi di tanti (compreso il sottoscritto) hanno perso credibilità, anche se tornano in uno rispolverato duo originale e nonostante riprendano esattamente da dove avevano lasciato, rimane comunque un po’ di amaro in bocca, ci saremmo aspettati un rientro in carreggiata più esplosivo, non si possono cancellare 10 anni di tormenti così alla leggera. Mi direte: suona alla grande, sono loro! E grazie al cazzo, rispondo io. Mai accontentarsi. Questo “Kollaps” è il seguito perfetto di “Under Ein Bloodraud Maane”, talmente perfetto da sembrare che i brani fossero stati scritti proprio per il full lenght d’esordio, poi messi in un cassetto e ritirati fuori al volo, in caso d’emergenza. Tutto torna, sono un fautore della teoria del complotto ed il rientro dietro i microfoni di Sargatanas dopo quasi quattordici anni di silenzio mi suona davvero losco. Insomma, seguo il consiglio del duo norreno e collasso. Nonostante questo cd sia ricco di brani validi e molto evocativi come “Kaldt” o “Ei Beingrind i Dans”, mancano le sfuriate improvvise, mancano l’ipnotismo e la convinzione, tutti elementi che resero il duo di Trondheim una pietra miliare del black metal norvegese. Preferisco continuare ad ascoltare “Under Ein Bloodraud Maane”, riflettendo su quanto siano stati coglioni Sargatanas e Cernunnus a lasciare la strada vecchia per quella nuova, la mia modesta esperienza mi insegna che nella musica, come nei rapporti di coppia e nei viaggi in moto, c’è una sola regola da non infrangere, mai tornare sui propri passi… Che nostalgia. Scendiamo in Francia, paese di estremismi e rivoluzioni, di integrazione e di nazionalismi feroci e scopriamo l’ennesima band (one man band sarebbe più corretto), che si rifà alle sonorità ed ai contenuti cari ai più noti Deathspell Omega e Blut Aus Nord. Questo “Le Grand Oeuvre” dei transalpini Situs Magus è uscito già da qualche mese e cavalca la tigre di quel filone ortodox/black metal che semina proseliti in tutto il territorio francofono. La regione d’appartenenza è il Rhone-Alpes, per noi Rodano-Alpi, con capoluogo Lione: un posto di merda. Sono un grande fan della scena francese, ma non della loro musica, avevo letto molto di questa band nelle settimane trascorse, ma non avevo mai avuto il piacere di ascoltare il prodotto che al momento ho tra le mani. In molti hanno speso parole di giubilo e complimenti pantagruelici, tutti hanno osannato questo esordio sorprendente, parlando di un’opera eccelsa, ipnotica, addirittura definendo la voce vomitata direttamente dall’inferno, elogi ai riff taglienti e intrecciati alla perfezione… Mah, niente di tutto questo. E’ un simpatico dischetto di black metal, a tratti anche ripetitivo, con una voce mediocre che talvolta indovina il mood giusto e niente di più. L’impressione è che i quattro pezzi, tutti di durata superiore ai dieci minuti, siano stati divisi e titolati per comodità; avrebbero fatto più effetto se raggruppati e divisi in parte uno e due come i bei vecchi concept di una volta dal sapore prog e la consistenza vinilica. Si tratta comunque di un buon esordio, che lascia soddisfatti al termine dell’ascolto, un disco che nonostante tutto incuriosisce e si fa ascoltare. Comunque, l’Olympique Marsiglia è terzo in classifica e dà la caccia al Lione… Concludiamo in bellezza con un po’ di allegro suicidal depressive black metal, che non fa mai male e ci tira su alla grande dopo una giornata di merda passata a pensare alle tasse, alle multe, a Monti e Berlusconi. Due cover, una proposta dai nostrani Monumentum, e l’altra dai paladini del suicidio a sorpresa Shining. Un 7” in tiratura limitata a 300 copie acquistabile soltanto via internet sul sito della Shining Legion, o almeno al momento così sembrerebbe. Gli svedesi Shining ci offrono un omaggio ad una pressoché sconosciuta (per i non intenditori) band loro conterranea degli anni ’90: Laurel Bay. Un gruppo che mescolava sapientemente le sonorità wawe e dark di Joy Division e Bauhaus, ma che faceva della voce la caratteristica dominante, un cantante davvero valido supportato da musicisti di livello. Andate a scoprirli, non ve ne pentirete. Tornando allo split, la traccia dal titolo “Pale Colours” è una cover assolutamente fedele all’originale ed in quanto tale inutile. Gli Shining sono una di quelle band che si prodiga spesso in split con i gruppi più disparati, un culto nel circuito depressive, una certezza per gli appassionati, e una band stimata anche dai non frequentatori. Un fallimento ogni tanto ci può stare, nessuno è perfetto. I Monumentu, invece, si confrontano con un pezzo più noto: “The River” di Pj harvey. Ecco che arriva il suicidio in diretta. Inutile dire che l’interpretazione dei ragazzi milanesi è assolutamente inferiore all’originale, anche questa non presenta nessuno spunto di originalità, il confronto con la androgina e folle Pj è impari e la disfatta inevitabile. L’uscita del sette pollici è stato un parto non senza complicazioni, tra ritardi e smentite, ma vedrà comunque la luce proprio in questi giorni. Se volete togliervi la vita, comunque, il gas costa meno di questo dischetto. A buon intenditor… (Francesco”Franz”Benvenuti)

Pubblicato il 3 febbraio 2013, in Recensioni con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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